
ripercorrere per inventare/Retrace to invent
Luigi Prestinenza Puglisi
Uno degli esercizi praticato dagli studenti del Bauhaus consisteva nell’astrarre da una immagine, che rappresentava un frammento di realtà, la struttura geometrica e cromatica. Per i giovani apprendisti si trattava di ripercorrere un processo che, negli stessi anni, molti artisti, e in particolare i pittori astratti, praticavano. Si pensi per tutte alle astrazioni di Piet Mondrian, di Kazimir Malevič, o degli stessi Maestri della Bauhaus: Paul Klee, Vasilij Kandinskij, Josef Albers.
Di questa mutazione - se vogliamo: evoluzione - a un certo punto se ne è persa traccia nel senso che l’arte astratta, nelle sue molteplici declinazioni, ha cominciato a marciare per conto suo, quasi dimenticando la sua provenienza da un universo figurativo giocato sulla mimesi.
Il lavoro che fanno Massimo Gasperini e Irene Taddei è, a mio avviso, ripercorrere all’inverso il cammino, andando a trovare quegli elementi della catena evolutiva in cui ancora si legge il passaggio. Che sono cioè ibridi: legati alla rappresentazione naturalistica e, nello stesso tempo, cominciano a perderne i connotati per diventare pure rappresentazioni astratte. I motivi sono molteplici: non ultimo la nostalgia che proviamo per un mondo delle forme ancorato alla realtà. Siamo troppo sofisticati per ritornare alla immagine fotografica mimetica e, nello stesso tempo, siamo angosciati dalla perdita di consistenza che la nostra società, sempre più astratta, ci presenta ogni giorno. Ripercorrere il processo, fermandosi sui momenti in cui è avvenuta la transizione, ci dà la sensazione di poter vivere in-between e quindi di poter godere sia della concretezza dell’oggetto sia della sua volatilizzazione. A rendere l’operazione più interessante è, a mio avviso, l’accoppiata architetto - fotografo che lavorano su immagini aventi strutture simili, aprendo così una ulteriore riflessione sul tema dell’identità e della differenza delle arti. Pur essendo popolato di cose diverse, il mondo urbano degli oggetti messi in scena dai due, mostra infatti inquietanti e, allo stesso tempo, rassicuranti analogie. Da qui anche il titolo dell’esposizione: Urbanalogy. Queste, a loro volta, ci portano oltre la fisica, prossimi alla metafisica. A una idea dell’arte cioè che da quando fu messa in scena da Giorgio de Chirico ha sempre incuriosito e allettato gli artisti italiani, affascinati dalla possibilità di vedere, quasi sbirciare, oltre. Non so in cosa esattamente credano Massimo Gasperini e Irene Taddei, ma sicuramente dietro le loro immagini si intravede una conversazione, forse senza risposte, sul senso del mondo.
LPP (12/03/2021)
One of the exercises practised by the students at the Bauhaus Art School consisted of abstracting the geometric and chromatic elements from an image that represented a fragment of reality. The young apprentices were essentially reconstructing a process that many artists, particularly abstract painters, were practising at the time. One needs only to think of the abstract works of Piet Mondrian, Kazimir Malevich, or some of the Bauhaus masters themselves, for example, Paul Klee, Vasily Kandinsky and Josef Albers, as reference. At a certain point, we lost track of this evolution. Abstract art, in its variety, began to stand on its own two feet, almost forgetting its origin, that of a symbolic universe hinged on mimesis.
In my opinion, Massimo Gasperini and Irene Taddei’s work is to retrace paths in reverse, to find those elements of the evolutionary chain in which the passage can still be read. They are hybrid elements that connect naturalistic representation while allowing for loss of connotations that transform pieces into pure abstract models. There are several reasons for this, not least the nostalgia we feel for a world of forms anchored to reality. We are too sophisticated to return to the mimetic photographic image. At the same time, we are tormented by the loss of consistency that our increasingly abstract society presents us daily. Retracing the processes and then stopping on those moments when the transition occurred, gives us the feeling of living in the grey and relish in both the concreteness of the object and its volatilization.
What makes the operation more interesting, to my mind, is the pairing of an architect and a photographer who work on images with similar structures, creating further reflections on the theme of identity and the differences in the arts. Despite being inhabited by different things, the urban world of the objects displayed by the two artists shows unsettling yet reassuring similarities. Hence the title of the exhibition- Urbanalogy.
These elements, in sequence, take us beyond physics and closer to metaphysics. It brings us to an idea of art that, since Giorgio de Chirico displayed it, has always sparked curiosity and allured Italian artists, fascinated by the possibility of seeing something beyond. I don’t know exactly what Massimo Gasperini and Irene Taddei believe in. Still, indeed, behind their images, one can take a glimpse at a conversation, perhaps without answers, on the meaning of the world.