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Urbanalogy
Sara Taglialagamba

Fin dall’antichità, Natura e Architettura sono stati temi strettamente legati, anche su basi teoriche.  Nel Quattrocento, la teorizzazione fu dovuta a Leon Battista Alberti che nel De Re Aedificatoria affermava: “Cominciarono dunque a desumere i fondamenti dell’architettura, come di tutte le altre arti, dal seno stesso della natura” (Libro VI, cap. III). Questi due temi si legano ancora oggi: come se si dipanasse un filo rosso che segna, fino dal Rinascimento, uno sviluppo cronologico e diacronico che attraverso una parabola progettuale da origine alle creazioni più straordinarie di quello che potrebbe essere definito il pensiero teorico di un “corpo vivente dell’architettura”. Erede delle esperienza delle prime civiltà e di Vitruvio, questo legame architettura-natura passa con naturalezza dall’architectura picta medicea alle peripezie di Giulio Romano a Palazzo Te di Mantova e al Sacro Bosco di Bomarzo con Pirro Ligorio; è erede delle archi-scenografie di Giovanni Bellini, Paris Bordone, dei Bassano; si sofferma sulle lezioni di Andrea Palladio e Francesco Borromini; discende dalle idee alla base delle architetture d’acqua che collegano da Sud a Nord l’Italia del Vanvitelli a Caserta e la Francia dei capomastri della Reggia di Re Sole a Versailles; prende respiro sul frontespizio del Essai sur l’Architecture di Marc Antonione Laugier, per poi ripartire con le cupole di Richard Buckminster Fuller, con le unità abitative di Loyd Wright, con i progetti di Paolo Portoghesi, con le progettazioni organiche di Frank Gehry spingendosi fino agli estremi della grande lezione della land-art americana e dell’umanità silenziosa di una Gibellina Vecchia rasa al suolo e ricoperta dal grande cretto di Burri; per planare, attraverso la maestria dei disegni architettonici di Massimo Gasperini e la lente fotografica di Irene Taddei, sulle pagine di questo libro senza perdere niente della forza comunicativa dei loro predecessori. Esattamente come se fossimo testimoni di quel “viaggio esplorativo dell’ovunque e del sempre”.
“Disegnare e fotografare vuol dire ‘impadronirsi’ della realtà attraverso la sua osservazione”: è questa la frase che introduce il senso alto di questa opera – a doppia firma e a doppia visione –  istaurando il patto di un connubio strettissimo tra l’occhio e la mano. Ne consegue una fotografia come disegno, un disegno come fotografia: entrambe forme d’arte che indagano la realtà e i temi della bellezza, della vita, della trasformazione, del ricordo, della malinconia, della urbanizzazione, della religiosità attraverso un linguaggio diverso e spesso autonomo, ma sempre autorevole.
È proprio attraverso il ‘disegno che fotografa la realtà’ che un artista come Leonardo poteva indagare, capire, comprendere la natura e le sue leggi, e dunque conoscerla. Se per Leonardo la pittura è “vera figliola della natura”, così come la definisce nel capitolo 26 del Libro di Pittura, la natura non può che essere l’oggetto delle sue principali attenzioni e riprodotta attraverso il disegno. Inoltre, anche per Leonardo, così come per Vitruvio, l’architettura è imitazione della natura ed è essa stessa un organismo vivente. Così sono da interpretate le proporzioni perfette dell’Uomo Vitruviano iscritto nel cerchio e nel quadrato ed anche il comune principio d’equilibrio tra la cura del corpo e l’architettura, ben espresso dal termine “malato domo” in relazione al progetto del concorso per il tiburio del Duomo di Milano nel 1487. Se la decorazione realizzata da Leonardo nella Sala delle Asse rappresenta il trionfo del connubio perfetto tra architettura e natura in un gioco di mimesi e finzione, anche i suoi progetti architettonici sono caratterizzati dal continuo tentativo di stabilire un collegamento tra elementi strutturali e l’ordine della natura: i portali diventano l’occasione per far intrecciare tra loro rami, le centine architettoniche si dividono tra la funzione statica e decorativa, i padiglioni arborei al pari dei labirinti di siepi e dei giardini diventano un pretesto di un luogo dove ritirarsi in una dimensione privata. La pittura era per Leonardo una vera scienza proprio per la sua peculiarità di essere fondata sull’operazione sensibile del vedere. L’osservazione portava Leonardo ad indagare il mondo naturale in tutte le sue manifestazioni, dalle più alte alle più basse: per l’artista “vedere” equivale a “conoscere”. È proprio grazie all’utilizzo binario degli strumenti conoscitivi per eccellenza ovvero il disegno e la fotografia, che attraverso le pagine di Urbanalogy conosciamo meglio i luoghi dell’architettura, della città e del paesaggio antropizzato nell’epoca della crisi globale. Ed è proprio grazie a questa visione e a questa pronta presa di coscienza, che questi luoghi diventano ‘nostri’ sotto ogni punto di vista: nel senso estetico dell’assoluta bellezza, disegnata e riprodotta, e in senso civico ricordandoci che è ancora possibile reagire a questa apatia anestetizzata perché, per nostra fortuna, come sottolineano queste spericolate visioni, il mondo è sempre un continuo divenire.

Since ancient times, nature and architecture have been closely linked to one another, even on a theoretical basis. In the fifteenth century, Leon Battista Alberti stated in his essay “De Re Aedificatoria”: “They, therefore, began to derive the foundations of architecture, as of all other art forms, from the very bosom of nature” (Book VI, chap. III). These two themes are still intertwined today: as if a red thread were unraveling marking, since the Renaissance, a chronological and diachronic development which, through a design parable, gives rise to the most extraordinary creations of what could be defined the theoretical thought of a “ living body of architecture. “ Heir to the experience of the first civilizations and of Vitruvius, this link between architecture and nature passes naturally from the Medicean architecture picta to the adventures of Giulio Romano at Palazzo Te in Mantua and the Sacro Bosco di Bomarzo with Pirro Ligorio; this connection inherited the arches-scenographies of Giovanni Bellini, Paris Bordone, of the Bassano family; it dwells on the lessons of Andrea Palladio and Francesco Borromini; it descends from the ideas underlying the water architectures that connect Vanvitelli’s Italy to Caserta from South to North and the France of the master builders of the Royal Palace of the Sun in Versailles; it takes breath on the title page of the Essai sur l’Architecture by Marc Antonione Laugier, and then starts again with the domes by Richard Buckminster Fuller, with the housing units by Loyd Wright, with the projects by Paolo Portoghesi, with the organic designs by Frank Gehry going as far as at the extremes of the great lesson of American land-art and of the silent humanity of a Gibellina Vecchia razed to the ground and covered by the great cretto of Burri; and to then appreciate, through Massimo Gasperini’s mastery of architectural drawings and Irene Taddei’s photographic lens, the pages of this book without losing any of the communicative strength of their predecessors. Exactly as if we were witnesses of that “exploratory journey where you are always ready to go anywhere.”
“Drawing and photography mean ‘taking possession’ of reality through its observation”: this is the phrase that introduces the meaning of this work, establishing a very close union between the eye and the hand. The result is a photograph as a drawing and a drawing as a photograph: both art forms investigate reality and themes such as beauty, life, transformation, memory, melancholy, urbanization, religiosity through a different and often autonomous language, but always an authoritative one.
It is precisely through the “drawing that replicates reality” that an artist like Leonardo could investigate and understand nature and its laws. As Da Vinci defines painting as the “true daughter of nature” in Chapter 26 of his Book of Painting,  nature can only be reproduced through drawing. Furthermore, even for Leonardo, as for Vitruvius, architecture is an imitation of nature and is itself a living organism. The perfect proportions of the Vitruvian Man inscribed in the circle and square have to be interpreted as the principle of balance between body care and architecture, well-expressed by the term “malato domo” in relation to the competition project for the lantern of the Milan Cathedral in 1487. 
The decoration created by Leonardo in the “Sala delle Asse” represents the triumph of the perfect union between architecture and nature in an interplay of mimesis and fiction. His architectural projects are characterized by the continuous attempt to establish a connection between structural elements and the order of nature. Portals become an opportunity to make branches intertwine. The architectural ribs are divided between the static and decorative function, the arboreal pavilions, and the labyrinths of hedges and gardens, become a pretext of a place to retire to a private dimension. Painting was, for Leonardo, an actual science precisely because of its peculiarity of being based on the sensitive operation of seeing. Observation led Leonardo to investigate the natural world in all its manifestations: “seeing” is equivalent to “knowing” for the artist. Thanks to the binary use of cognitive tools par excellence, namely drawing and photography, through the pages of Urbanalogy we get to know better the places of architecture, the city, and the man-made landscape in the era of the global crisis. And it is thanks to this vision and this awareness that these places become ‘ours’ from every point of view: in the aesthetic sense of absolute beauty and in the civic sense, too, reminding us that it is still possible to react to this anesthetized apathy because, luckily for us, the world is always in continuous becoming.

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